Musica e canti

Quando si parla di Bogli non si può fare a meno di parlare di musica di canti e di tradizioni. Se da una parte la figura storica e famosa di Arturo Toscanini “permea” i riferimenti musicali e ne indirizza in parte il contenuto, dall’altra i potenti canti, eseguiti in una modalità antica detta “alla bujasca”, sono la vera gloria musicale attuale di Bogli.

Non era raro fino a pochi anni fa arrivare all’osteria di sera e sentire echeggiare già da lontano le note di canzoni tradizionali eseguite dai bogliesi rigorosamente disposti intorno al tavolo per ottimizzare l’insieme corale e l’armonia.

Oggi purtroppo questa tradizione si sta un po’ dissolvendo ma proprio grazie al rinnovato entusiasmo delle nuove leve vi è la volontà di rinvigorire e dare nuova linfa a questo filone musicale che per il nostro paese rappresenta la memoria di tradizioni dei nostri nonni nonchè un profondo orgoglio.

Per capire meglio come è nata questa vocazione musicale, bisogna comprendere quale fosse lo sfondo sociale della regione, come si trascorrevano le giornate e come si trascorreva il tempo libero.

Una delle memorie storiche della tradizione canterina di Bogli è stato Attilio “Cavalli” Spinetta e grazie ai suoi racconti oggi sono rimaste alcune nozioni molto importanti per ricostruire il mosaico socio-cultural-musicale di Bogli e dintorni.

"Cavalli"

“Cavalli”

Il canto permeava ogni momento della quotidianità. Era un patrimonio condiviso che i gruppi di lavoranti stagionali di Bogli portavano con sé e diffondevano nelle loro trasferte, chi a fare il “rezegotto”, chi il mulattiere, e così via….

Questi lavori comportavano quel distacco dall’ambiente famigliare che favoriva l’espressione conviviale tra persone di cui il canto rappresentava la punta di eccellenza. Proprio alla grande mobilità di squadre di lavoranti stagionali si deve quello scambio di stili esecutivi e quelle reciproche influenze tra territori culturali anche molto distanti tra loro che sono stati determinanti per la formazione di una sorta di lingua comune canora popolare che accomuna l’area pre-alpina, padana e dell’Appennino settentrionale.

Se è vero quanto affermato prima, che cioè il continuo, secolare e quotidiano interscambio tra squadre di cantori provenienti da parti diverse del Nord Italia ha determinato uno stile con caratteristiche affini, comune a tutta l’area a nord del Po e alle propaggini settentrionali dell’Appennino, è altrettanto vero che la differenza si insinua all’interno di queste comuni coordinate stilistiche, anche nel rapporto tra forme di canto di paesi molto vicini tra loro. Vi erano addirittura, nello stesso paese, linee di trasmissione del canto famigliari o parentali, che si caratterizzavano sia per repertorio che per modalità esecutive: fenomeno particolarmente evidente nel canto narrativo femminile, che veniva eseguito in ambiti più privati (nelle veglie in casa o nelle stalle) da gruppi famigliari, e quindi si manteneva più caratterizzato rispetto al canto eseguito in osteria, nelle feste o insieme a persone d’altri paesi. Anche nell’ambito del canto maschile, tuttavia, era comune l’identificazione di “famiglie” (in senso allargato) di cantori, ed è il caso dei Camilli, cui apparteneva, illustre discendente, Attilio Spinetta “Cavalli”. La discendenza dei Camilli prende il nome dal nonno di Attilio, Camillo Spinetta, e annoverava, tutti pregevoli cantori, il padre Giacomo e lo zio Pietro Spinetta detto Pedrin. È interessante osservare, da quanto segue, come motivo di pregio per le famiglie di cantori sarebbe stato sì avere un proprio stile caratterizzante, ma anche essere capaci di “prendersi” con cantori di paesi diversi:

“Io ho imparato dai miei” raccontava Cavalli. “Se te eri qui appena dopo guerra quando facevamo la festa, ci trovavamo qui, mio zio [Pedrin] veniva giù da sopra, poi il papà di Rino veniva su, e canti a non finire. Loro prendevano la canzone e la tramandavano in un altro modo di cantare. Il vuxen è una caratteristica del canto di Bogli: Maxéa [Giuseppe Renati, cantore e suonatore di fisarmonica] e suo fratello, suo padre e mio zio, il fratello del padre di Maxéa, facevano tutti la vocetta. A Bogli si cantava tutte le sere, se no si giocava alle carte, ma noi preferivamo cantare. Facevi Santo Stefano e Natale a cantare; una sera eravamo tre squadre nell’osteria, i più giovani i più vecchi e gli altri. Ad Artana una volta volevano cantare e quello là dell’oste gli dava una mano ma non riuscivano a “prendersi” e allora per un po’ è andato avanti e poi ha detto: “eh! Qui ci vorrebbero i Camilli!””

I canterini Bogliesi

I canterini Bogliesi

Il vuxen cui fa riferimento Cavalli è una delle particolarità salienti del canto bogliasco, insieme ad un certo andamento lento che era però, molto probabilmente, una caratteristica esecutiva arcaicizzante un tempo diffusa anche altrove, e perdurata a Bogli forse più a lungo rispetto ad altri paesi. A proposito del vuxen, Attilio confermava quanto sosteneva Maxéa, cioè che “ù vuxen ù deva surtí daa pola”, ovvero “la vocetta deve uscire dalla parola”. Attilio ricordava inoltre che “il vocino per farlo venire bisogna dargli il giro giusto”. Per capire il significato di queste espressioni dal sapore un po’ enigmatico bisogna sentire le registrazioni effettuate a Bogli negli anni Ottanta dal musicologo Mauro Balma (ancora inedite, ma che speriamo possano presto essere pubblicate, consentendo a tutti i cultori del genere di godere di queste straordinarie testimonianze di canto arcaico, forse ormai irripetibili in quelle modalità esecutive).

È del 1996 la raccolta “Splende la luna in cielo”, che propone, con le voci di alcuni dei migliori cantori tradizionali delle “Quattro Province” (la regione che comprende in pochi chilometri gli estremi lembi delle province di Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova), alcuni canti polivocali riconducibili al genere della bujasca.

Voci del Lésima "Splende la luna in cielo"

Voci del Lésima
“Splende la luna in cielo”

Il lavoro, promosso da Stefano Valla, vede protagonista Attilio Spinetta come prima e seconda voce oltre che come informatore d’eccezione, e rappresenta sicuramente uno dei migliori esiti nella riproposta del canto polivocale delle Quattro Province. È tuttavia evidente la differenza stilistica rispetto alle modalità esecutive proprie dell’originario stile bogliasco, così com’è documentato nelle registrazioni di Balma. Sia Cavalli sia Maxéa individuano nella lentezza dell’andamento della melodia il principale fattore caratterizzante il canto “del passato” (a Bogli, ma un po’ ovunque) rispetto a quello attuale, e d’altra parte questo ha a che fare con la percezione e il sentimento del tempo propri del mondo contadino arcaico, irrimediabilmente trasformati dai ritmi della modernità.

cicagna1Come in tutta l’area delle Quattro Province, il piffero e la fisarmonica erano una presenza costante nei momenti festivi del paese dell’alta Val Boreca. L’antico oboe popolare è naturalmente legato ad una gran varietà di ricordi, al centro dei quali non può non campeggiare la figura del grande pifferaio di Cegni Giacomo Sala detto “Jacmon”, che, racconta Cavalli, quando capitava a Bogli portatovi dal suo lavoro di commerciante di vitelli, lasciava il piffero a Capanne di Cosola, trovando poi sempre qualcuno disposto a farsi il non breve cammino per andarglielo a prendere pur di sentirlo suonare.

Cavalli ricorda anche la prestigiosa coppia composta dal pifferaio di Negruzzo Giuseppe Domenichetti detto “Pipen” e il compaesano fisarmonicista Domenico Brignoli detto “Menghen” o “Baciunen” che accompagnava anche Giacomo Sala.

E così, con questa breve, e speriamo interessante, introduzione sulla cultura musicale del paese di Bogli vogliamo salutare il lettore invitandolo a portarci qualsiasi memoria, epserienza o nozione che possa arricchire questa sezione.

Festa di paese

I Pifferi

E’ nostro obiettivo portare su queste pagine altro materiale legato alla tradizione musicale bogliese per far conoscere da dove veniamo anche attraverso i canti e la musica, antica ma mai vecchia forma d’arte e di memoria che rappresenta motivo di orgoglio e vanto per tutti noi.